Il problema di pensare all’uomo nei termini astratti della sua riduzione a modello matematico, come fa la teoria economica quando vede lo scambio fra lavoro e salario come un processo naturalistico, impedisce di coglierne la caratteristica di alienazione, che altera profondamente, fino a stravolgerli, gli aspetti naturali e umani del lavoro stesso. Il processo di razionalizzazione dell’esistenza umana ha ricevuto durante tutto il Novecento della scuola liberista una spinta notevole, tanto da far dire che la vita dell’uomo è ormai ridotta alla sola dimensione economica. È dunque possibile verificare la verità delle intuizioni marxiane non appena si rifletta sulla metafora manageriale del lavoro come risorsa, anche se le condizioni del lavoratore sono profondamente cambiate rispetto alla fabbrica del passato. L’alienazione come momento negativo di una dialettica di oggettivazione-riconoscimento ha in realtà un significato positivo di crescita umana individuale. Rispetto al passato oggi è necessario individuare un elemento più profondo di alienazione come espropriazione del fine ultimo dell’uomo
e mettere in discussione il lavoro o l’impresa come fini in sé, come unici sostitutivi del suo progetto di vita. È giunto il momento che il lavoratore, attore economico isolato all’interno di mere relazioni di scambio, smetta di donare integralmente se stesso a una causa non propria, seppure legittima, che è rappresentata dall’obiettivo di creazione di valore, e ritrovi il senso vero di essere uomo in mezzo e con gli altri uomini.

(autore: Marco Visentin)

Indice del n. 54 (2/2023)