La prassi ecclesiale contemporanea è impegnata a un superamento della frattura tra la cura per la salute e quella per la salvezza. Oltre alle necessarie puntualizzazioni teologiche, per cui contro ogni dolorismo si deve affermare la priorità della cura; contro ogni razionalismo l’importanza delle emozioni e dei sentimenti; contro ogni soteriologia dell’anima, l’obiettivo della salvezza integrale della persona, l’articolo vuole mostrare la fecondità di una rivisitazione della prassi di Gesù, del suo prendersi cura di chi è colpito da malattia e disabilità, alla luce di alcuni studi di antropologia culturale contemporanei (Csordas, Quaranta, Pulcini, Pilch). Valorizzando queste premesse teologiche e antropologiche, l’articolo prende in esame il testo di Luca 18,31–19,10, con l’intenzione di evidenziare la simmetria esistente tra la guarigione del cieco e quella di Zaccheo, e la prassi terapeutica di Gesù. Questi, infatti, con gesti e parole espressivi di un agire gratuito e sovversivo, mette al centro la persona e non la malattia fisica o morale, attivando un processo che comincia dal restituire dignità, parola e legami vitali alla persona stessa e arriva a evangelizzare la stessa domanda di guarigione, proiettando, sulla condizione di limite, fragilità e vulnerabilità dell’umano, la luce e la forza guaritrice/salvifica degli eventi pasquali.

(autore: Luciano Luppi)

Indice del n. 54 (2/2023)