L’articolo, a partire dal cambio di prospettiva che è avvenuto all’interno del Vaticano II, mostra come la coscienza non sia una teoria alla quale fare riferimento, ma una prassi teologica. Infatti, a partire dalla prassi di Gesù recepita nel concilio, all’interno della morale avviene una vera e propria «rivoluzione copernicana», per cui al centro c’è l’azione della persona con il suo significato e la logica della morale diventa non tanto quella di una denuncia, bensì, quella di una proposta, in un orizzonte di elaborazione continua e non in un già dato precostituito. In questo modo la morale si configura come ricerca e il modello che emerge non è un modello applicativo, ma comprensivo: la coscienza non è un mero strumento, bensì l’interiorità stessa della persona che in un costante dialogo comprende sempre più a fondo la propria identità-vocazione. Si abbandona in questo modo l’idea di una verità assoluta (non-legata) per abbracciare la logica di una verità relazionale, frutto della persona con la sua storia, la sua cultura. Ed è lì che Dio si manifesta, perché è già presente in virtù del dono di grazia che, in Cristo, è stato fatto ad ogni uomo.

(autore: Matteo Cavani)

Indice del n. 38 (II/2015)