L’autore parte da una precisazione della parola «ferito» la quale si spiega con la parola «forato», «trafitto». Sostiene quindi che l’espressione «feriti della vita» cade in una logica di «categorizzazione» secondo la quale c’è uno standard di normalità e poi ci sono altre categorie «non normali»: perciò egli sostiene che la distinzione è ideologica e non tocca la verità della vita nella quale tutti, chi in modo più trasparente e chi meno, sono «feriti». A partire poi da Gesù, il «trafitto», rivelazione di un Dio che per amore dell’uomo accetta di essere trafitto, passa a considerare Francesco d’Assisi, un altro «trafitto» per il quale il momento di conversione avvenne proprio nell’incontro con il lebbroso, cioè partì proprio dalle sue ferite. Conclude citando Pablo Neruda e Jean Vanier.

(Autore: Stefano Toschi)

Indice del n.19 (I/2006)