Due fondamentali banchi di prova del superamento delle teorie sostituzioniste da parte della teologia cristiana in dialogo con l’ebraismo sono la cristologia e l’ecclesiologia. In entrambi i casi la fede cristiana riceve, dalla permanenza d’Israele, un aiuto a mantenere la tensione escatologica. Se infatti Gesù è il Cristo, e come tale ha compiuto le attese messianiche nella storia, i suoi stessi discepoli ne attendono il ritorno glorioso alla fine dei tempi, proiettandosi in una pienezza escatologica che deve ancora realizzarsi; in questo senso la fede nel Messia non è elemento di pura divisione tra ebrei e cristiani, ma anche elemento di comune attesa. Oggi poi la Chiesa non si pensa più come il «vero Israele» e neppure semplicemente come il «nuovo popolo di Dio», ma ritiene ebrei e cristiani insieme «popolo di Dio dell’antica e della nuova alleanza», quasi immaginando un’ellisse dove il fuoco maggiore è l’evento pasquale di Cristo, elemento di massima novità nei confronti degli ebrei, e il fuoco minore è l’insieme delle prerogative d’Israele, con il quale Dio ha stipulato un’«alleanza mai revocata» (Giovanni Paolo II): un popolo la cui «divisione» è un pungolo che mantiene la consapevolezza della sua condizione pellegrinante verso la pienezza del regno di Dio.

(Autore: Erio Castellucci)

Indice del n.21 (I/2007)