Editoriale. Nel solco della Dei verbum

Questo dossier sulla Dei verbum [DV], a quasi 50 anni dalla sua promulgazione (18 novembre 1965), privilegia in modo estremamente selettivo – e inevitabilmente discutibile – alcune linee di recezione postconciliare – più o meno esplicitamente perseguita e più o meno felicemente realizzata – della costituzione dogmatica De divina revelatione.

Gli ambiti in cui verificare la recezione della DV in questo mezzo secolo (1965-2015) sono stati individuati da ciascuno dei quattro contributori sulla base della propria competenza specifica. Un anticotestamentarista ed ebraista (G.D. Cova) prende in esame il documento del 2001 della Pontificia commissione biblica, Il popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana; un neotestamentarista, che ha insegnato a lungo anche l’Introduzione generale alla sacra Scrittura (E. Manicardi), analizza il recentissimo documento (2014) della medesima Commissione, Ispirazione e verità della sacra Scrittura. La Parola che viene da Dio e parla di Dio per salvare il mondo; un docente di Teologia fondamentale (G. Sgubbi) ripercorre la riflessione teologica di J. Ratzinger e la sua predicazione come Benedetto XVI (insieme ai suoi pronunciamenti al Sinodo dei vescovi del 2008) – in rapporto a una comprensione sinfonica e cristologica della parola di Dio, che si trova globalmente affermata in tutta la costituzione conciliare, e alla necessità di un’ermeneutica propriamente teologica della Scrittura, su cui si sofferma in modo particolare DV 12; un teologo sistematico con una competenza specifica per l’ecclesiologia (M. Nardello) esamina alcuni recenti manuali in relazione alla dottrina conciliare di DV 8 sullo sviluppo della Tradizione.
Il rapporto con la DV si configura in maniera peculiare in ciascuno dei quattro casi considerati. Riflettendo su Il popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana la Pontificia commissione biblica ignora di fatto la DV e, in modo forse ancora più sorprendente, Nostra aetate [NA]. In ogni caso, si può ben dire che questo documento si collochi nel solco del magistero conciliare da un duplice punto di vista: per il tema del legame tra Antico e Nuovo Testamento e dunque per la possibilità di una lettura unitaria delle Scritture (DV 12 «si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura»); per la grande questione del rapporto tra Chiesa e Israele, che propriamente emerge più in NA che non in DV. Su quest’ultimo punto il documento si spinge molto oltre l’impostazione esclusivamente teologica dei rapporti tra Chiesa e Israele che caratterizza NA 4 («Scrutando il mistero della Chiesa, questo sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo»): esso dichiara in modo esplicito fin dall’Introduzione la consapevolezza di dover fare i conti con la storia (la Shoah), cosa che il concilio aveva intenzionalmente omesso di fare, anche se un accenno all’antisemitismo è presente in NA 4.
Il documento del 2014 si colloca invece con piena consapevolezza nel solco della DV e specificamente del suo capitolo III («L’ispirazione divina e l’interpretazione della sacra Scrittura»): esso offre – a partire dai dati biblici stessi – un allargamento della riflessione in merito al concetto di ispirazione e al modo di concepire la verità delle Scritture (cf. DV 11). In questo testo le istanze continuamente formulate da Joseph Ratzinger/Benedetto XVI e assunte dalla Propositio 12 del Sinodo dei vescovi del 2008 sono chiaramente recepite. La teologia di Ratzinger, in cui appare la centralità del tema della parola di Dio, mostra un evidente radicamento nella DV: il percorso intellettuale di questo teologo divenuto papa si presenta di una coerenza estrema, a partire dal suo commento alla costituzione conciliare sulla divina rivelazione degli anni ’80, per giungere fino agli interventi al Sinodo dei vescovi nei panni di sommo pontefice. L’intera teologia di J. Ratzinger è una lunga e organica meditazione sulla parola di Dio, non semplicemente riducibile alla sacra Scrittura, ma colta nella sua concentrazione cristologica e nella sua dimensione ecclesiale: è stata proprio la DV ad avergli offerto un significativo esempio di armonia e di integrazione fra esegesi storico-critica ed ermeneutica teologica (cf. DV 11 e 12). Se l’insegnamento della DV sulla Tradizione (c. II «La trasmissione della divina rivelazione») resta ancora oggi un punto di riferimento decisivo per un’impostazione equilibrata del rapporto fra Tradizione e Scrittura, non si può però chiedere a DV 8 di fornire elementi per una questione che è diventata invece di una certa attualità nel dibattito ecclesiologico contemporaneo: se, cioè, nello sviluppo del dogma si dia la possibilità di un progresso non semplicemente accrescitivo. Da questo punto di vista la DV resta un testo iniziale, che non è in grado di orientare una riflessione sullo sviluppo del dogma in cui si possa eventualmente ipotizzare anche un tratto di discontinuità.

(autore: Maurizio Marcheselli)

 

Indice del n. 37 (I/2015)